Sculture

Discobolo Lancellotti, da Roma, quartiere Esquilino, II sec. d.C.

Le opere esposte al piano terreno e al primo piano del museo testimoniano l´evoluzione della scultura romana nella progressiva appropriazione e imitazione dei modelli greci. Alcuni tra i capolavori esposti: il Pugile in riposo, il Discobolo Lancellotti, l’Ermafrodito dormiente, La fanciulla di Anzio, la Niobide morente, il Dioniso bronzeo.

Tra i ritratti degli imperatori spiccano la statua di Augusto Pontefice Massimo, i ritratti dei principi e delle principesse delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, la testa di Adriano, la statua di Antonino Pio, il busto di Settimio Severo. Di notevole importanza sono anche le sculture in bronzo che decoravano le navi di Nemi e il sarcofago di Portonaccio, decorato con una scena di battaglia fra Romani e Barbari.

Augusto Pontefice Massimo

Augusto Pontefice Massimo

La statua raffigura Augusto in piedi intento a celebrare un sacrificio.

Egli indossa la toga secondo la moda dei decenni finali del I secolo a. C.: ritenuta il “costume nazionale” romano, doveva essere indossata dai magistrati e dai semplici cittadini ogni volta che si entrava nei luoghi pubblici.L’imperatore ha il capo velato, come era abitudine dei sacerdoti romani durante i riti sacri; probabilmente nella mano destra teneva la patera, la coppa sacrificale, e nella sinistra il volumen (rotolo di papiro o pergamena).Il ritratto riproduce fedelmente i tratti distintivi del volto dell’imperatore come il motivo “a coda di rondine”, formato dalle ciocche al centro della frangia, o gli zigomi lievemente sporgenti; le rughe sulla fronte e ai lati del naso sono il segno di un’età avanzata.

E’ un esempio dello stile classicistico tipico dell’epoca augustea, in cui i tratti veristici si affiancano ad una espressione di pensosa e distaccata intensità.

Probabilmente l’opera risale agli anni immediatamente successivi al 12 a. C., quando l’imperatore assunse la carica sacerdotale di pontifex maximus.

La statua è stata eseguita in parti separate, secondo una tecnica di tradizione ellenistica, utilizzando marmi di qualità diversa (greco per le parti nude, italico per le vesti).

Il Discobolo

Il Discobolo Lancellotti

Due copie del II sec d. C. da un originale bronzeo dello scultore del V secolo Mirone, molto celebrato dagli scrittori antichi come opera fondamentale per lo studio della figura atletica in movimento. Il discobolo Lancellotti (nella foto), scoperto nel 1871 sull’Esquilino, in un’area occupata anticamente da ville e giardini ed entrato nella collezione di Palazzo Massimo Lancellotti, durante la seconda guerra mondiale fu trasferito in Germania, e restituito all’Italia nel 1948. Di età antonina, è considerato, a causa della mancanza di tridimensionalità, una delle repliche più vicine all’originale, datato generalmente intorno al 450 a. C. Il discobolo di Castelporziano, purtroppo mancante della testa, fu invece rinvenuto nel 1906 tra i resti di una villa imperiale nella tenuta di Castelporziano. Rappresenta una versione più naturalistica ed evoluta rispetto alla copia Lancellotti che forse è stata eseguita in età adrianea, come suggeriscono il puntello a tronco di palma e la forma del plinto.

Niobide morente

Niobide morente

 La statua raffigura una giovane donna che, colpita a morte alle spalle da una freccia, cade in ginocchio tentando di estrarla. Vi si può identificare una delle figlie di Niobe, la mitica regina madre di sette figli che osò vantarsi di essere più prolifica di Latona e che per questo fu punita da Apollo e Artemide con l’uccisione dei suoi figli.

Secondo una recente e suggestiva ipotesi (E. La Rocca) la statua, un originale greco databile tra il 440 e il 430 a. C., faceva parte originariamente del gruppo frontonale del tempio di Apollo Daphnephoros ad Eretria. Trasferita a Roma in età augustea dal generale romano G. Sosio, fu posta a decorare uno dei lati del frontone del tempio di Apollo eretto a sue spese nel Circo Flaminio: il mito dei Niobidi infatti si prestava bene a sottolineare l’affinità tra il dio vendicatore Apollo e l’imperatore Augusto, vendicatore del padre adottivo Giulio Cesare e protettore di G. Sosio. La statua sarebbe stata successivamente trasportata negli Horti Sallustiani, forse come componente di un complesso decorativo all’aperto.

Dioniso bronzeo

 Il dio è rappresentato nudo, in aspetto giovanile, con la gamba destra tesa e la sinistra lievemente piegata; il braccio destro è teso mentre il sinistro è piegato e con la mano regge un tirso. La testa, lievemente rivolta verso destra e lo sguardo è rivolto verso il basso. Alcuni particolari sono realizzati con la tecnica dell’ageminatura, che prevede l’inserzione di lamine di altri metalli nella superficie ribassata della scultura: rame per i particolari anatomici (labbra, capezzoli) e per la tiara, decorata a triangoli di rame e argento e bacche e foglie di edera. Le orbite degli occhi sono invece in avorio e le iridi, mancanti, dovevano essere di pasta vitrea o pietra dura colorata.

Lo schema della figura, che denota l’influsso policleteo nella realizzazione degli arti ma anche la conoscenza dell’arte prassitelica nel lieve movimento del capo e nell’aspetto sinuoso dei fianchi, è riconducibile a un famoso modello statuario creato intorno alla metà del IV sec. a.C., il cosiddetto Dioniso tipo Woburn Abbey, noto da circa venti esemplari. Altri elementi, come il braccio destro piegato, l’acconciatura a lunghe ciocche ondulate e la resa degli occhi consentono di considerare l’opera una creazione eclettica di età medio-imperiale, riflesso del gusto classicistico dell’epoca.

Il sarcofago di Portonaccio

La fronte del grandioso sarcofago rappresenta una scena di battaglia articolata su più piani, focalizzata sull’incedere di un cavaliere romano raffigurato in qualità di vincitore universale. L’animazione drammatica del combattimento è enfatizzata dal profondo chiaroscuro ottenuto con un abile gioco di intagli. Le cruente scene sono inquadrate da due coppie di barbari asserviti, il cui sguardo afflitto esprime la sofferenza che tocca a coloro che si ribellano contro il dominio di Roma.
I bassorilievi sui fianchi del sarcofago mostrano eventi successivi allo scontro: da un lato prigionieri barbari attraversano un fiume condotti da soldati romani su di un ponte di barche, dall’altro i capi si sottomettono agli ufficiali romani. Il fregio sul coperchio, tra due maschere angolari, celebra il defunto e la sua sposa, presenti al centro nell'atto della dextrarum iunctio. I volti dei personaggi principali sono rimasti incompiuti, nell’attesa di scolpire i lineamenti dei defunti. La decorazione del sarcofago, ispirata a molte scene della colonna Antonina, è databile intorno al 180 d. C. Le insegne militari rappresentate sul bordo superiore della cassa - l'aquila della Legio IIII Flavia e il cinghiale della Legio I Italica – permettono forse di identificare il defunto con Aulus Iulius Pompilius, ufficiale di Marco Aurelio al comando di due squadroni di cavalleria distaccati in queste due legioni nella guerra contro i Marcomanni (172-175 d.C.).