Museo Nazionale Romano - Palazzo Massimo

Il Pugilatore in riposo, Terme di Costantino, IV-II sec a.C.

L'ottocentesco palazzo in stile neorinascimentale, nei pressi della Stazione Termini, accoglie una delle più importanti collezioni di arte classica al mondo. Nei quattro piani del museo, sculture, affreschi, mosaici, monete e opere di oreficeria documentano l´evoluzione della cultura artistica romana dall’età tardo-repubblicana all’età tardo-antica (II sec. a.C. - V sec. d.C.), attraverso un itinerario espositivo nel quale rivivono la storia, i miti e la vita quotidiana di Roma.

Nelle sale del piano terra sono esposti splendidi originali greci rinvenuti a Roma, come il Pugile , il Principe ellenistico e la Niobide dagli Horti Sallustiani, e la ritrattistica di età repubblicana e imperiale, culminante nella statua di Augusto Pontefice Massimo.

Al primo piano sono presentati celebri capolavori della statuaria, tra cui il Discobolo Lancellotti, la Fanciulla di Anzio e l’Ermafrodito dormiente, e magnifici sarcofagi, come quello di Portonaccio, con una scena di battaglia scolpita in altorilievo.

Al secondo piano, pareti affrescate e mosaici pavimentali documentano la decorazione domestica di prestigiose residenze romane.

Il piano interrato custodisce l’ampia collezione numismatica, oltre a suppellettili, gioielli e la mummia di Grottarossa.

Opening times, tickets, services
Opening times: 
Aperto tutti i giorni dalle 9 alle 19.45. Chiuso il lunedì (eccetto lunedì in Albis e durante la settimana della cultura), 1 gennaio, 25 dicembre.
La biglietteria chiude alle 19.00.
Tickets: 
MUSEO NAZIONALE ROMANO biglietto unico valido 3 giorni per 4 siti (Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi, Terme di Diocleziano).
Intero € 7,00.
Ridotto € 3,50 per i cittadini dell'Unione Europea tra i 18 e i 24 anni e per i docenti dell'Unione Europea.
In caso di mostra in una qualsiasi delle sedi del Museo Nazionale Romano (anche diversa da questa), il costo del biglietto viene aumentato di 3 euro.
Gratuito  per i visitatori di età inferiore ai 18 anni.
Booking: 
Numero per le prenotazioni: +39.06.39967700 (lunedì-sabato 9-13.30 e 14.30-17); coopculture
Numero del Museo: +39.06.480201
Director: 
Rita Paris
Percorso: 
Largo di Villa Peretti, Roma, RM, Lazio 00185, Italia
Public transportation: 
Bus C2, H, 36, 38, 40, 64, 86, 90, 92, 105, 170, 175, 217, 310, 360, 714, 910 – Metro Linea A e B fermata Termini
AllegatoDimensione
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L'edificio - Palazzo Massimo alle Terme

Palazzo Massimo alle Terme

L’edificio fu costruito tra il 1883 e il 1887, per volontà del padre gesuita Massimiliano Massimo, dall’architetto Camillo Pistrucci, nell’area dove sorgeva la cinquecentesca villa Montalto-Peretti, passata poi di proprietà ai principi Massimo. Il palazzo, che svolse la funzione di collegio d’istruzione fino al 1960, è stato acquistato dallo Stato italiano e restaurato grazie ai finanziamenti della legge 92/81 per la valorizzazione del patrimonio archeologico di Roma. La sede museale, inaugurata nel 1998, ospita le sezioni di arte antica, numismatica e oreficeria del Museo Nazionale Romano.

Sculture

Discobolo Lancellotti, da Roma, quartiere Esquilino, II sec. d.C.

Le opere esposte al piano terreno e al primo piano del museo testimoniano l´evoluzione della scultura romana nella progressiva appropriazione e imitazione dei modelli greci. Alcuni tra i capolavori esposti: il Pugile in riposo, il Discobolo Lancellotti, l’Ermafrodito dormiente, La fanciulla di Anzio, la Niobide morente, il Dioniso bronzeo.

Tra i ritratti degli imperatori spiccano la statua di Augusto Pontefice Massimo, i ritratti dei principi e delle principesse delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, la testa di Adriano, la statua di Antonino Pio, il busto di Settimio Severo. Di notevole importanza sono anche le sculture in bronzo che decoravano le navi di Nemi e il sarcofago di Portonaccio, decorato con una scena di battaglia fra Romani e Barbari.

Augusto Pontefice Massimo

Augusto Pontefice Massimo

La statua raffigura Augusto in piedi intento a celebrare un sacrificio.

Egli indossa la toga secondo la moda dei decenni finali del I secolo a. C.: ritenuta il “costume nazionale” romano, doveva essere indossata dai magistrati e dai semplici cittadini ogni volta che si entrava nei luoghi pubblici.L’imperatore ha il capo velato, come era abitudine dei sacerdoti romani durante i riti sacri; probabilmente nella mano destra teneva la patera, la coppa sacrificale, e nella sinistra il volumen (rotolo di papiro o pergamena).Il ritratto riproduce fedelmente i tratti distintivi del volto dell’imperatore come il motivo “a coda di rondine”, formato dalle ciocche al centro della frangia, o gli zigomi lievemente sporgenti; le rughe sulla fronte e ai lati del naso sono il segno di un’età avanzata.

E’ un esempio dello stile classicistico tipico dell’epoca augustea, in cui i tratti veristici si affiancano ad una espressione di pensosa e distaccata intensità.

Probabilmente l’opera risale agli anni immediatamente successivi al 12 a. C., quando l’imperatore assunse la carica sacerdotale di pontifex maximus.

La statua è stata eseguita in parti separate, secondo una tecnica di tradizione ellenistica, utilizzando marmi di qualità diversa (greco per le parti nude, italico per le vesti).

Il Discobolo

Il Discobolo Lancellotti

Due copie del II sec d. C. da un originale bronzeo dello scultore del V secolo Mirone, molto celebrato dagli scrittori antichi come opera fondamentale per lo studio della figura atletica in movimento. Il discobolo Lancellotti (nella foto), scoperto nel 1871 sull’Esquilino, in un’area occupata anticamente da ville e giardini ed entrato nella collezione di Palazzo Massimo Lancellotti, durante la seconda guerra mondiale fu trasferito in Germania, e restituito all’Italia nel 1948. Di età antonina, è considerato, a causa della mancanza di tridimensionalità, una delle repliche più vicine all’originale, datato generalmente intorno al 450 a. C. Il discobolo di Castelporziano, purtroppo mancante della testa, fu invece rinvenuto nel 1906 tra i resti di una villa imperiale nella tenuta di Castelporziano. Rappresenta una versione più naturalistica ed evoluta rispetto alla copia Lancellotti che forse è stata eseguita in età adrianea, come suggeriscono il puntello a tronco di palma e la forma del plinto.

Niobide morente

Niobide morente

 La statua raffigura una giovane donna che, colpita a morte alle spalle da una freccia, cade in ginocchio tentando di estrarla. Vi si può identificare una delle figlie di Niobe, la mitica regina madre di sette figli che osò vantarsi di essere più prolifica di Latona e che per questo fu punita da Apollo e Artemide con l’uccisione dei suoi figli.

Secondo una recente e suggestiva ipotesi (E. La Rocca) la statua, un originale greco databile tra il 440 e il 430 a. C., faceva parte originariamente del gruppo frontonale del tempio di Apollo Daphnephoros ad Eretria. Trasferita a Roma in età augustea dal generale romano G. Sosio, fu posta a decorare uno dei lati del frontone del tempio di Apollo eretto a sue spese nel Circo Flaminio: il mito dei Niobidi infatti si prestava bene a sottolineare l’affinità tra il dio vendicatore Apollo e l’imperatore Augusto, vendicatore del padre adottivo Giulio Cesare e protettore di G. Sosio. La statua sarebbe stata successivamente trasportata negli Horti Sallustiani, forse come componente di un complesso decorativo all’aperto.

Dioniso bronzeo

 Il dio è rappresentato nudo, in aspetto giovanile, con la gamba destra tesa e la sinistra lievemente piegata; il braccio destro è teso mentre il sinistro è piegato e con la mano regge un tirso. La testa, lievemente rivolta verso destra e lo sguardo è rivolto verso il basso. Alcuni particolari sono realizzati con la tecnica dell’ageminatura, che prevede l’inserzione di lamine di altri metalli nella superficie ribassata della scultura: rame per i particolari anatomici (labbra, capezzoli) e per la tiara, decorata a triangoli di rame e argento e bacche e foglie di edera. Le orbite degli occhi sono invece in avorio e le iridi, mancanti, dovevano essere di pasta vitrea o pietra dura colorata.

Lo schema della figura, che denota l’influsso policleteo nella realizzazione degli arti ma anche la conoscenza dell’arte prassitelica nel lieve movimento del capo e nell’aspetto sinuoso dei fianchi, è riconducibile a un famoso modello statuario creato intorno alla metà del IV sec. a.C., il cosiddetto Dioniso tipo Woburn Abbey, noto da circa venti esemplari. Altri elementi, come il braccio destro piegato, l’acconciatura a lunghe ciocche ondulate e la resa degli occhi consentono di considerare l’opera una creazione eclettica di età medio-imperiale, riflesso del gusto classicistico dell’epoca.

Il sarcofago di Portonaccio

La fronte del grandioso sarcofago rappresenta una scena di battaglia articolata su più piani, focalizzata sull’incedere di un cavaliere romano raffigurato in qualità di vincitore universale. L’animazione drammatica del combattimento è enfatizzata dal profondo chiaroscuro ottenuto con un abile gioco di intagli. Le cruente scene sono inquadrate da due coppie di barbari asserviti, il cui sguardo afflitto esprime la sofferenza che tocca a coloro che si ribellano contro il dominio di Roma.
I bassorilievi sui fianchi del sarcofago mostrano eventi successivi allo scontro: da un lato prigionieri barbari attraversano un fiume condotti da soldati romani su di un ponte di barche, dall’altro i capi si sottomettono agli ufficiali romani. Il fregio sul coperchio, tra due maschere angolari, celebra il defunto e la sua sposa, presenti al centro nell'atto della dextrarum iunctio. I volti dei personaggi principali sono rimasti incompiuti, nell’attesa di scolpire i lineamenti dei defunti. La decorazione del sarcofago, ispirata a molte scene della colonna Antonina, è databile intorno al 180 d. C. Le insegne militari rappresentate sul bordo superiore della cassa - l'aquila della Legio IIII Flavia e il cinghiale della Legio I Italica – permettono forse di identificare il defunto con Aulus Iulius Pompilius, ufficiale di Marco Aurelio al comando di due squadroni di cavalleria distaccati in queste due legioni nella guerra contro i Marcomanni (172-175 d.C.).

Pitture e Mosaici

Emblema di Baccano, auriga della fazione prasina, terzo secolo dopo Cristo

Al secondo piano del museo sono esposti affreschi, mosaici e intarsi di elevato pregio. Il triclinio con il giardino dipinto della Villa di Livia e le stanze della Villa della Farnesina, suggestivamente ricomposte nelle dimensioni originarie, costituiscono un esempio della decorazione domestica di prestigiose residenze romane.

Un'ampia rassegna di mosaici pavimentali, per lo più policromi, culmina negli emblemata della Villa di Baccano. Tra le pregiate decorazioni a intarsio si segnalano le tarsie dalla Basilica di Giunio Basso.

Il giardino dipinto della Villa di Livia

Triclinio con pitture di giardino dalla Villa di Livia a Prima Porta, 30-20 a.C.

Questo rigoglioso giardino dipinto ricopriva le pareti di una sala semi-sotterranea, probabilmente un fresco triclinio per banchetti estivi, nella Villa suburbana di Livia Drusilla, moglie di Augusto.

L’affresco di secondo stile, esempio più antico di pittura continua di giardino (30- 20 a.C.), presenta una varietà di piante e di uccelli naturalisticamente riprodotti.

Numerose sono le specie botaniche individuate: in primo piano, il pino domestico (Pinus pinea), la quercia (Quercus robur), l’abete rosso (Picea excelsa); oltre un recinto marmoreo crescono meli cotogni, melograni, mirti, oleandri, palme da datteri, corbezzoli, allori, viburni, lecci, bossi, cipressi, edera e acanto. Nel prato sotto gli alberi fioriscono rose, papaveri, crisantemi e camomilla, mentre nei vialetti in primo piano si alternano felci, violette e iris.

La Villa della Farnesina

Affreschi della Villa della Farnesina, da Roma, via della Lungara, 30-20 a.C.

La Villa della Farnesina, sontuosa dimora di epoca augustea, fu riportata alla luce a Trastevere nel 1879, durante i lavori per la regolamentazione degli argini del Tevere. I resti della villa furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.
Gli svariati richiami al mondo egiziano presenti nelle decorazioni della villa possono essere letti come una celebrazione della conquista dell’Egitto. Il proprietario della residenza sarebbe da riconoscersi, secondo accreditate ipotesi, proprio nel generale Marco Vipsanio Agrippa, artefice della vittoria ad Azio. Gli affreschi, esemplari della grande pittura di età imperiale a Roma, sono classificabili nella fase finale del secondo stile.

Tarsie dalla Basilica di Giunio Basso

I due pannelli costituiscono, insieme ai due ora ai Musei Capitolini, quanto rimane della ricchissima decorazione parietale della “Basilica di Giunio Basso”, un’aula di rappresentanza dell’edificio fatto erigere sul colle Esquilino da Giunio Basso, console del 331 d. C. L’aula era completamente rivestita di pannelli in opus sectile, raffinata tecnica artistica caratterizzata dall’uso di materiali pregiati di svariate forme e dimensioni.
Un pannello raffigura un episodio celebre della saga degli Argonauti, il rapimento del giovane Hylas da parte delle ninfe.
L’altro riproduce invece una pompa circensis: al centro del circo campeggia il patrono dei giochi, forse lo stesso Giunio Basso; alle sue spalle, vestiti con tuniche di colore diverso, sono gli aurighi rappresentanti delle quattro fazioni: la rossa (russata), l’azzurra (veneta), la verde (prasina) e la bianca (albata).
Il programma figurativo insiste su miti e tematiche cari alla cultura figurativa pagana, in opposizione alla nuova iconografia cristiana dominante.

Il Medagliere

Alessandro VIII papa (1655-1667). Quadrupla in oro con il cassone del Tesoro ape

La formazione

Sorto alla fine dell’Ottocento a seguito dell’inaugurazione del nuovo Museo Archeologico romano, avvenuta in Roma nel 1889 presso il Monastero certosino di S. Maria degli Angeli, con il preminente scopo di farvi confluire tutti i materiali numismatici provenienti dal territorio di Roma e del Lazio, il Medagliere costituì il suo primo importante nucleo con i materiali numismatici rinvenuti tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 in occasione dei lavori di adeguamento urbanistico della nuova capitale del Regno d’Italia e di sistemazione dell’alveo del Tevere.

Accanto al grande quantitativo di materiali numismatici che il sottosuolo generosamente restituiva, in forma sporadica o riuniti in gruzzoli, altre varie acquisizioni andarono, nel tempo, ad arricchire i forzieri del Medagliere sino ad arrivare all’odierna consistenza di circa mezzo milione di pezzi tra monete, medaglie, pesi monetali, tessere, oggetti da conio e anche gemme, oreficerie e preziose suppellettili.

Un significativo incremento delle raccolte romane fu esercitato da una serrata politica di acquisti di lotti di monete, effettuati sul mercato antiquario con il precipuo intento di evitarne la dispersione, e, in alcuni fortunati casi, da generose donazioni, di singoli esemplari o di intere raccolte private, elargite con il munifico desiderio di tramutare la personale passione del singolo nella collettiva condivisione di un patrimonio culturale tanto faticosamente e attentamente ricostruito.

Tra i nuclei più significativi per completezza di argomento e quantità di pezzi si evidenziano:

- la straordinaria raccolta di bronzi fusi dell’Italia antica, già appartenuta al Museo Kircheriano, comprendente anche gran parte del materiale proveniente dal deposito votivo di Vicarello, sul lago di Bracciano (Roma);

- la collezione di oltre 20.000 pezzi di età romana e alto-medievale di Francesco Gnecchi;

- la raccolta di monete italiane di età medievale e moderna di Vittorio Emanuele III di Savoia, ammontante ad oltre 110.000 pezzi.

Responsabile: Dott.ssa Gabriella Angeli Bufalini - tel. 0648020254

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Percorso espositivo

percorso espositivo del medagliere

 Il primo piano interrato del Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo alle Terme è interamente dedicato all’esposizione numismatica permanente, articolata in diverse sale destinate ad illustrare gli aspetti del vivere quotidiano nell’antica Roma e la storia di quel particolare mezzo di scambio che, da oltre duemila anni, domina incontrastato la vita degli uomini: la moneta.

Al potere di acquisto del denaro e al rapporto tra forza-lavoro e produzione dei beni in ambiente romano, con particolare riferimento all’Editto dei prezzi di Diocleziano (301 d.C.), è dedicata la sala Monete e prezzi a Roma (Sala A), mentre nella sala intitolata Il lusso a Roma (Sala B) viene offerta un’esauriente panoramica delle ricchezze dei Romani, rappresentate dagli sfarzosi corredi funerari o dai preziosi gioielli rinvenuti isolatamente nel sottosuolo urbano.

Alla moneta metallica, non soltanto prezioso documento storico, ma indispensabile mezzo di scambio per la vita di ogni giorno e simbolo del potere di quanti si sono avvicendati su suolo italiano nel corso dei secoli, è dedicata la sala intitolata I metalli e la moneta (Sala C), grande forziere ipogeo suggestivamente introdotto dalla Galleria dei banchieri e degli zecchieri, naturale preludio ad un percorso scandito dalle tappe salienti della storia economica del nostro Paese.

I preziosi scettri esposti nella sala dedicata alle Insegne imperiali (Sala D) arricchiscono il quadro dei “segni del potere” in epoca romana.

Un sofisticato software di monitoraggio microambientale consente il controllo e la gestione delle condizioni di conservazione di tutti i reperti esposti.

Sala A - Monete e prezzi a Roma

Medagliere, Veduta della Sala A

Ai costi della vita quotidiana nei suoi molteplici aspetti è dedicata questa sala, che vede esposta, in quattro vetrine tematiche (l’edilizia, l’alimentazione, l’abbigliamento, il tempo libero), una selezione di oggetti legati agli usi e ai costumi dei Romani.

L’Editto dei prezzi, il calmiere per merci e servizi diffuso da Diocleziano in tutte le province dell’Impero alla fine del 301 d.C. in un momento di grave crisi economica, per porre un freno all’aumento dei prezzi e per colpire quanti cercavano di trarre illeciti guadagni attraverso l’usura, rappresenta lo straordinario documento offerto al visitatore per la conoscenza della vita economica dell’Impero romano nella prima età tetrarchica.

La trascrizione di alcuni passi tratti dall’Editto, relativi a costi di merci o a retribuzioni di attività lavorative, tutti espressi in denari, consentono un immediato confronto tra i vari generi di servizi ed una reale percezione dei commerci giornalieri.

Un programma multimediale interattivo offre al visitatore la possibilità di approfondimenti scientifici sugli oggetti esposti.

Sala B - Il lusso a Roma

Veduta della sala B

Questa sala è dedicata all’esposizione di una selezione di oreficerie e di altre preziosità di epoca romana provenienti dal territorio di Roma e provincia con lo scopo di documentare una produzione di lusso, compresa in un arco temporale che, dall’età arcaica, giunge fino all’inizio dell’età tardo-antica: oltre ai materiali rinvenuti nelle sabbie del Tevere e nel sottosuolo urbano si possono ammirare alcuni corredi funerari trovati ad Ariccia, a Vetralla e a Tivoli, a Castel di Decima, a Fidene, a Mentana, a Roma, sulla via Cassia (in località La Giustiniana), sulla Via Laurentina (in località Vallerano) e nella tenuta di Casale Guidi, presso Via della Bufalotta.

Eccezionale interesse, fra gli altri, riveste il corredo funerario della bambina di Grottarossa, esposto integralmente assieme alla piccola mummia, in considerazione della particolarità del rito dell’imbalsamazione che, sebbene praticato a Roma, trova qui l’unica documentazione materiale disponibile. Esso è corredato da un audio-visivo contenente tutte le informazioni relative alla sensazionale scoperta e i risultati delle numerose indagini scientifiche e antropologiche compiute nel tempo.

Sala C - I metalli e la moneta

Veduta della sala C

La storia della moneta metallica in ambiente occidentale è il filo conduttore che guida il visitatore lungo le nove sezioni nelle quali si articola il percorso di questa sala:

I. LA MONETA IN ITALIA E A ROMA (vetrine 1-5)

L’esposizione prende avvio dalle monete in bronzo dei popoli dell’Italia antica, dirette discendenti dall’uso, presso quelle genti, di scambiare il metallo a peso (aes rude) nelle transazioni commerciali, per giungere, attraverso le prime monete in argento romane, ma di impronta ancora prettamente greca (le emissioni romano-campane), alla creazione della prima vera moneta in argento di Roma, di peso e tipo esclusivamente romani: il denario.

II. MONETA E POTERE A ROMA TRA REPUBBLICA E IMPERO (vetrine 6-11)

Dedicata al difficile momento del trapasso dalla Repubblica all’Impero, questa sezione evidenzia il significato politico assunto dalle emissioni di moneta metallica a Roma nel periodo compreso tra l’inizio delle guerre puniche e la fine delle lotte civili, la restaurazione economica operata da Augusto (27 a.C.-14 d.C.) nel suo illuminato governo ed il difficile compito ereditato dai suoi successori (i Giulio-Claudii).

III. IMPERO E MONETA NEI SECOLI I-III D.C. (vetrine 12-20)

Le emissioni dei primi due secoli dell’Impero permettono di esaminare la linea politica e di pensiero delle dinastie regnanti, culminanti nel momento di massima espansione territoriale sotto il regno di Traiano (98-117 d.C.). Ma un’insidiosa piaga minaccia l’economia romana: il processo di svalutazione dell’argento, che già sotto Nerone (54-68 d.C.) aveva iniziato il suo decorso, arriva a toccare i suoi vertici con Commodo (180-192 d.C.), ed anche i tentativi di Caracalla (211-217 d.C.) di rafforzare la moneta d’argento con la creazione di un multiplo del denario, l’antoniniano, risulteranno vani.

IV. MONDO MEDITERRANEO E METALLI MONETATI (vetrine 21-26)

Anche gli ulteriori tentativi di Diocleziano (284-305 d.C.) di sopravalutare la moneta in argento non sortirono gli effetti sperati: la speculazione era in aumento e la strenua difesa della struttura socio-economica dell’Impero si dimostrava ormai sempre più anacronistica. Soltanto Costantino (306-337 d.C.) capì che era giunto il momento di introdurre una nuova economia, questa volta fondata sull’oro. E il dominio dell’oro, perpetuato dai popoli che, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si succedettero su suolo italico (Goti, Bizantini, Longobardi), continuò per tutto il Medioevo.

V. LA ROMA DEI PAPI (vetrine 27-34)

Splendida cesura nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento, si inserisce questa sezione che ospita le monete dei romani pontefici, dalle serie più antiche (gli antiquiores) sino alla caduta del potere temporale dei Papi (1870).

VI. IN ITALIA, TRA ORO E ARGENTO (vetrine 35-40)

Dopo l’anno Mille, le trasformazioni intervenute sia nel commercio internazionale sia nella situazione della politica interna dei vari paesi determinarono la formazione in Italia di aree monetarie ben definite: fulcro della situazione economica dell’Italia meridionale fu la moneta d’oro di tipo bizantino e arabo, mentre nell’Italia centro-settentrionale si impose il denaro in argento di tipo mitteleuropeo importato dai Franchi.

VII. L’ARTE DI INCIDERE MONETA (vetrine 41-49)

La moneta in mano ai Signori del Rinascimento, non più e non solo semplice mezzo di scambio e arida misura di valore, divenne un formidabile veicolo di propaganda e una straordinaria palestra di esercitazione artistica per gli incisori dell’epoca: il ritratto del signore, gli elementi della sua simbologia araldica, gli argomenti più importanti del dibattito politico e religioso dell’epoca, sono solo alcuni dei temi affrontati con straordinaria maestria sulle monete emesse dalle zecche italiane in età rinascimentale.

VIII. LA LIRA ITALIANA NEL SECOLO XIX (vetrine 50-57)

Le trasformazioni cui diedero avvio l’Illuminismo e i moti scoppiati in Francia alla fine del secolo XVIII portarono nei sistemi monetari internazionali, ormai sclerotizzati, delle profonde trasformazioni. Il vento che spirava da oltralpe sul finire del Settecento portò in Italia, al seguito delle armate napoleoniche, il franco, dal quale venne poi generata la nostra lira, segnando un punto di svolta per tutti i sistemi monetari europei.

IX. MONETA REALE, MONETA VIRTUALE (vetrine 58-62)

La radicale trasformazione della circolazione monetaria in Italia, rappresentata dall’introduzione della nuova lira a partizione centesimale, e la comparsa di valute fiduciarie (banconote) modificarono profondamente il sistema della circolazione monetaria, determinando la graduale inesorabile fine della moneta metallica a valore reale.

A questo tema e alla più recente nascita dell’euro si accenna infine nella parte conclusiva del lungo cammino espositivo nella storia della moneta.

Sala D - Le insegne imperiali

Scettro del potere

Questo incredibile tesoro, datato dalla stratigrafia agli inizi del IV secolo d. C., era originariamente costituito da quattro portastendardi, tre lance da parata e tre scettri.      

Se le parti lignee degli oggetti (le aste) sono andate perdute, si sono invece conservate le parti metalliche (in ferro e oricalco, una lega simile al moderno ottone) e le sfere in vetro e calcedonio che costituivano le parti terminali degli scettri.

Si tratta delle insegne di un imperatore romano, ovvero dei “segni del potere” che il princeps portava con sé nelle cerimonie ufficiali.

Assai suggestiva l’ipotesi che queste appartenessero all’imperatore Massenzio e che fossero state nascoste nell’imminenza della battaglia di Ponte Milvio che lo oppose a Costantino (312 d. C.) o subito dopo lo scontro, che si concluse con la sconfitta e la morte di Massenzio nelle acque del Tevere.

Galleria dei banchieri e degli zecchieri

Bassorilievo in resina con la Dea Moneta con bilancia e cornucopia

Suggestivo invito alla sala I metalli e la moneta, grande forziere che custodisce i tesori metallici giunti sino a noi dalle viscere del tempo, è questa “galleria”, che prende il nome dai bassorilievi che ne decorano le pareti, realizzati da ex allievi della Scuola dell’Arte della Medaglia della Zecca di Stato italiana su disegno dello scultore Guido Veroi.  

All’arte di batter moneta in età romana presso il tempio di Giunone Moneta sul Campidoglio e alle fasi della lavorazione del metallo, dall’incisione dei conii alla fusione dei metalli, dalla battitura dei tondelli alla verifica delle monete, sono dedicate le scene rappresentate sul bassorilievo posto a sinistra dell’ingresso, mentre alla maestria di far di conto in età antica si riferiscono le 7 botteghe di cambiavalute che si aprono sulla parete destra, suggestiva finestra sul Foro romano, la piazza fulcro delle attività economiche dell’antica Roma.

Due imponenti figure affrontate della dea Moneta, con bilancia e cornucopia, e della Liberalitas, con abaco e cornucopia, poste ai lati della centrale imponente porta blindata, introducono il visitatore in un percorso segnato dalle tappe salienti della nostra storia economica.